mercoledì, 25 novembre 2009, ore 23:15

Dillo con parole tue
 
Complice l’eccessiva quantità di puntini di sospensione, non ho ancora capito né il senso esatto di questa domanda, né se quelli che hanno risposto hanno capito a cosa stavano rispondendo, ma soprattutto non ho capito come cavolo ci sono finito.
Lipesquisquit
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mercoledì, 25 novembre 2009, ore 02:03

La piazzetta
 
Se fossi ministro per l’attuazione del programma, magari cercherei anch’io di cambiare il regolamento circa la pausa pranzo, però lo farei un po’ a modo mio, e sicuramente eviterei di ricorrere a certe frasi – chiaramente ben studiate, da grande comunicatore – tipo “La pausa pranzo è un danno per il lavoro” o “La pausa pranzo blocca l’Italia”, perché insomma, qualcuno potrebbe ricevere uno shock, sentendo un ministro della Repubblica davvero convinto che quello sia uno dei problemi di questo paese.
Io stesso, se non fossi quell’orribile pseudo-cittadino postmoderno disilluso e incapace di scandalizzarsi che sono, potrei anche subire un trauma psicologico e finirei per rifiutare la realtà. Insomma, ti pare che il ministro dice sul serio? Dai, Rotondi è un fine umorista, quella era ironia sottile, una specie di cabaret, un giochino raffinato che ruotava intorno agli assurdi. “Sapete qual’è il problema dell’Italia? La pausa pranzo!”, e poi rullo di tamburi, charleston e risatine registrate. Che mattacchione, questo ministro; avrebbe continuato con altre battute deliziose, e invece prendendolo sul serio lo hanno bloccato, gli hanno rovinato tutto.
Mannaggia.
 
Ho trovato profondissima, poi, la riflessione del “io la pausa pranzo l’ho abolita da vent’anni”, con l’ovvia pretesa che tutti facciano altrettanto perché siamo antiquati, e ci dobbiamo sbloccare, e il suo esempio è quello giusto. Accidenti, Rotondi non è un ignorantello qualunque, cioè, qui sta citando l’etica di Kant: la massima che guida le tue azioni deve valere come legge universale. Si tratta di imperativo categorico, non possiamo sbagliare, è la ragione stessa che ci mostra la via: il modo in cui il ministro fa (o non fa) la sua pausa pranzo deve essere quello di tutti, è naturale.
Questa della pausa pranzo kantianamente intesa è veramente una tematica piena di spunti, volendo approfondrla ulteriormente si potrebbe dire di tutto, tipo che le cose in Italia vanno male perché la pausa pranzo la trattiamo come fine e non come mezzo, mentre invece il fine dovrebbe essere l’uomo. Ora, considerando l’assunto per cui il lavoro nobilita l’uomo, è chiaro che mettendoci nella prospettiva del lavoro, e non della pausa pranzo, realizziamo la visione nella quale l’uomo è il fine, quindi ecco che razioanlmente emerge che la pausa pranzo va abolita o quantomeno regolarizzata dalla ragione illuminista di Rotondi, che finalmente esce fuori dalle tenebre e viene da noi per abbattere il medioevo e l’ignoranza, sbloccando l'economia con questa trovata geniale e gridando trionfalmente “Abbi il coraggio di servirti della tua pausa pranzo!”.
Insomma, roba seria.
 
Comunque, non esageriamo, la polemica poteva montare magari per il primo  intervento del ministro, perché poi lui si è spiegato meglio, ha smentito, ha chiarito, ha tirato in ballo qualche privilegio dei deputati per riconquistarsi i lavoratori, preoccupandosi però al tempo stesso della salute dei politici che magnano troppo, poi ha aggiunto che i sondaggi gli danno ragione e che gli italiani sono con lui (dove l’ho già sentita?), e insomma che i comunistelli rompicazzo che vedono in lui il capitalista cattivo devono da stà zitti.
Ora, non che voglia risultare pedante, però, piuttosto che scatenare un casino inutile e tristemente all’italiana come questo, magari sarebbe bastato dire da subito – se proprio si doveva discutere di queste cazzate – che si potrebbe fare qualcosa per migliorare la flessibilità dei lavoratori circa la pausa pranzo, senza parlare di “eliminarla” perché poi è ovvio che qualcuno si inalbera e che vieni frainteso. Insomma, per una cagata come questa, si poteva fare tranquillamente un discorso decente al primo colpo, senza andare a stuzzicare inutilmente gli avversari e sollevare polveroni ridicoli, perché, dai… non la sentite anche voi una certa inquietudine, in tutto questo?
 
Davvero, è strano, è come se in tutta questa storia ci fosse un qualcosa che è sempre sfuggito. E’ sfuggito chiaramente al ministro Rotondi, ma è sfuggito anche ai sindacati e alla sinistra che hanno cantato subito all’unisono “Avanti popolo alla riscossa”, è sfuggito ai medici e ai nutrizionisti che hanno gridato all’eresia perché qualcuno vuole manomettere il sacrosanto apporto proteico e vitaminico dell’italico pranzetto, ed è sfuggito anche a certi manager che hanno risposto (un po’ stizziti) che loro, tzè, non la fanno mai, la pausa pranzo.
Già, quel dettaglio grande come una montagna è proprio sfuggito a tutti, forse perché, come le montagne, se ne sta lì a fare da sfondo e nessuno lo nota più, ma il fatto è che della pausa pranzo, e di tutte le sue grandiose problematiche, al momento, come dire, non gliene frega uno stracazzo a nessuno, perché, signor ministro, e anche voi, signori sindacalisti, e signori dottori e signori manager: per avere problemi con la pausa pranzo, bisognerebbe prima avere un lavoro.
Lipesquisquit
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lunedì, 23 novembre 2009, ore 23:57

E adesso chi lo sente?
 
Cioè, rockstar dell’anno.
No, dico, l’anno scorso era Roberto Saviano. Quest’anno è Berlusconi.
È incredibile, era proprio quello che avrebbe voluto sentire, lui non aspettava altro, insomma, lo sappiamo che per queste cose ci va matto, gli hanno restituito dieci anni di vita, già me lo vedo: domattina si alzerà col sorriso, farà il figo davanti alle telecamere almeno per un mese, quelli di “Meno male che Silvio c’è” si piazzeranno fuori dai cancelli di Arcore e gli faranno il coro di “We will rock you” battendo le mani e i piedi, e Emilio Fede farà servizi commemorativi con roba tipo “Born to be wild” come colonna sonora, obbligando tutto lo studio a rockeggiare, pena il licenziamento.
Ma una volta la stampa estera non ci dava una mano?
Lipesquisquit
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sabato, 21 novembre 2009, ore 17:49

Oggetto: sfruttare i lettori del blog
 
Carissimi, ho scoperto che quello stupido meccanismo di voto, il quale condurrà senza dubbio questo blog e questo blogger alla gloria, funziona in un modo molto migliore di quanto mi aspettassi: il fatto è che si può votare una volta al giorno (forse anche una volta all’ora, sto ancora testando). In definitiva, quindi, chi di voi ha già votato ora può farlo di nuovo, e anzi, in virtù del titolo di questo post sarebbe meglio dire che chi ha già votato DEVE farlo di nuovo, quindi su, muoversi, hop hop hop, rimandate i vostri impegni e datevi da fare.
Cordiali saluti.
La direzione
Lipesquisquit
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mercoledì, 18 novembre 2009, ore 01:02

Egocentrici consigli per gli acquisti
 
“Salve, signora. Ma che colori splendenti! Ma che profumo di pulito! Vedo che anche lei usa Lipesquisquit.”
“Eh si, a casa non manca mai. Piace anche alla nonna.”
“Mi dica, signora: scambierebbe il suo Lipesquisquit con due blog rispettabili?”
“No, no, giù le mani: Lipesquisquit non si tocca!”
 
Vuoi diplomarti e non sai come fare?
Hai bisogno di aiuto per superare gli esami universitari?
Sei stupido in modo imbarazzante, e pensi che un titolo di studio comprato potrebbe nasconderlo bene?
Lipesquisquit ha la soluzione! Consulta anche tu il blog di Lipesquisquit, e dopo pochi minuti avrai una chiara consapevolezza di come ti potrebbe ridurre lo studio. I tuoi problemi, in confronto a quelli di Lipesquisquit, sembreranno ridicoli, e c’è di più: vorrai mollare tutto e andare immediatamente a lavorare!
Lipesquisquit conviene!
 
Ciao, sono Lipesquisquit!
Se anche tu, come me, avverti l’impellente necessità di scrivere stronzate e postarle su internet, per spingere gente che sta lavorando, o comunque facendo cose serie, a cazzeggiare tristemente davanti al monitor per leggere il frutto della tua patetica creatività, allora non restare con le mani in mano, e registra subito il tuo blog su Topitalia, oppure su Aggregatore, oppure ancora su Net-Parade!
Segui le facili istruzioni, completa in pochi passaggi la procedura, e aumenta in un batter d’occhio il pagerank, la visibilità, le visite e soprattutto il tuo incontenibile, ridicolo ego!
Io mi sono registrato su tutti e tre!
E tu, che aspetti?
 
Il maltempo si avvicinava, e quell’antico vaso tarocco doveva essere portato al sicuro.
Dovevo prendere l’aereo e raggiungere i miei amici prima che il vento diventasse troppo forte, ma Lipesquisquit aveva appena postato una delle sue stronzate, così mi sono fermato a leggere, scolandomi pure tre bottiglie di Montenegro.
I miei amici ora probabilmente sono schiattati in mezzo alla tempesta, e io sto morendo di cirrosi epatica, ma Lipesquisquit ha detto che va bene così, perchè quella pubblicità aveva rotto veramente i coglioni.
 
“Ehi, ciao. Che stai facendo qui? Andiamo a leggere Lipesquisquit!”
“No, guarda, oggi non mi va, sono gonfia, mi sento proprio un pallone…”
“Ma no, non preoccuparti: Lipesquisquit contiene il Bifidus Actiregularis. Vedrai che ti sentirai subito meglio.”
“Accidenti, hai ragione: fa davvero cagare!”
 
Don Gigetto aveva deciso di aiutare i tossici del suo paese dando loro un posto dove poter ricominciare, ma i tossici lo avevano chiuso nella sacrestia ed erano fuggiti con la cassetta delle offerte.
L’anno scorso abbiamo fatto molto, e quest’anno potremo fare ancora di più, se destinerai l’8 per mille a Lipesquisquit.
Oddio, magari proprio l’8 per mille no, però intanto potrai votare per il suo inutile blog attraverso l’apposita, pacchianissima casella verde che troverai sulle colonne di destra, scorrendo più in alto.
Si, hai capito bene, buon lettore: votami. Non perderai soldi, non riceverai spam, non ti arresterà nessuno, nella tua vita non cambierà nulla, a parte il fatto che io potrei diventare ricco e famoso e ricordarmi di te quando sarò sulla vetta, perciò, gentilmente, scorri in alto, clicca su quella grossa patacca verde con su scritto “vota questo blog” ed esprimi la tua sincera devozione (e se per caso ti stai facendo domande circa la reale utilità di questa cazzata, si, anche io ho il vago sospetto che sia una cosa spaventosamente inutile, però, nel dubbio, votami).
Lipesquisquit
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lunedì, 16 novembre 2009, ore 14:33

Schizofrenia, felicità o qualcosa del genere
 
E’ successo un casino: hanno abbattuto il mio albero, il mio vecchio, grande, bellissimo albero di noci.
Era qui sotto, dietro alla catasta della legna, sul limitare del campo che era del mio bisnonno, quello dove, da piccolo, andavo a cercare reperti archeologici, quello dove fingevo di essere un gigante cattivo che lanciava grossi massi e distruggeva tutto (erano zolle di terra, nella fattispecie), quello dove avevo costruito un nunchaku con due pezzi di legno e un filo, e poi me lo ero dato sul naso.
Vent’anni fa, in questo pacifico angoletto di campagna umbra, la mia infanzia bucolica trascorreva inconsapevole, di stagione in stagione. Ero il classico bambino in calzoncini corti, ginocchia sbucciate e fionda, e data la mancanza di compagni di gioco (li avevo, ma non da queste parti) usavo la fantasia e mi ritrovavo a fare le cose più insensate, la maggiore delle quali era cercare un’anima in quel grande albero di noci, e comportarmi come se l’avesse. Ogni giorno gli giravo intorno, mentre facevo i miei giochi da bambino asociale, e in qualche modo mi sentivo al sicuro; nelle fantastiche sciocchezze che mi giravano per la testa, io in qualche modo sapevo che lui mi guardava, che si accorgeva di me, con quel suo acutissimo intelletto da vegetale anziano, si accorgeva della mia urtante presenza e probabilmente pensava “Accidenti, questo cucciolo di umano è veramente un disadattato. Ma una volta non c’era la selezione naturale?”. Già, nonostante io avessi da fare un milione di cose assurde, inutili, pericolose e anche poco igieniche, quando passavo di lì mi ricordavo sempre di lui, e allora lo guardavo, mi assicuravo che stesse bene, gli giravo intorno, se c’erano mangiavo un paio di noci, poi correvo a prendere un secchiello e gli davo un po’ d’acqua.
Dato che ero un bambino intelligente (ero psicopatico, non stupido), sapevo perfettamente che quell’acqua non gli serviva a un cavolo di niente, perché il mio albero era un albero grande e aveva delle radici lunghissime, almeno quanto i rami, radici che arrivavano giù in profondità dove c’è sempre l’acqua, quindi in teoria non aveva bisogno di nulla, eppure non c’era niente da fare: io gli volevo bene al mio albero, andavo lì regolarmente perché volevo prendermi cura di lui, con tutto il candore e l’innocenza di questo mondo. Dio, ero proprio insopportabile (oltre che preoccupante), sembravo uscito da un cartone Disney; davanti a tutta quell’ostinata tenerezza, il mio povero, paziente albero deve aver pensato “Piccolo dolce infante ritardato, smettila immediatamente di innaffiare le fottute erbacce che mi crescono intorno, e vai a giocare al dottore con le bambine, piuttosto.”.
Ricordo che una volta, preso da un qualche delirio ecopanteistico new age, l’ho anche abbracciato, il mio albero, perché per il bambino deviato che ero quell’albero era un amico particolare, una specie di E.T., una forma di vita diversa. Non ci avrei mai parlato, con il mio albero, non ci avrei mai giocato insieme, non ci avrei mai fatto niente del genere, era ovvio, non era proprio possibile, perchè lui era un albero inerte e inespressivo, e io un bambino scemo con molta fantasia, però non mi importava.
Quell’albero era un amico, gli volevo bene.
 
Col tempo, poi, ha iniziato ad appassire; in fondo era inevitabile.
Intendo il mio animo da bambino scemo: con gli anni, piano piano, è andato spegnendosi, ho smesso di fare l’idiota con il mio albero, l’ho proprio dimenticato, il tempo ha cominciato a correre, finchè mi sono ritrovato quasi trentenne, una mattina mi sono alzato, sono andato al bagno immerso in mille pensieri e impegni vari, mi sono affacciato alla finestra e ho visto in mezzo al campo incolto un grosso albero di noci abbattuto e tagliato in pezzi, un po’ di terra smossa e delle radici strappate. Mi hanno spiegato che col tempo era avvizzito, ogni anno aveva meno foglie e meno noci; negli ultimi tempi alcuni rami erano caduti giù da soli, ormai era proprio da abbattere. Sono rimasto lì a guardare il vuoto, amareggiato: in fondo lo sapevo, avevo notato che si stava seccando, ma non mi ero mai soffermato a pensarci. Avevo da fare.
 
E insomma, quella poteva anche essere una giornata triste, perché il bambino scemo che è in me, davanti a quello spettacolo di morte e inesorabilità, aveva avuto un sussulto, era rispuntato fuori dall’angoletto in cui lo avevo confinato e aveva iniziato a piangere, a battere i pugni, cercava di farmi capire che quella era una tragedia, che non dovevo ributtarmi negli affari e nella roba come se niente fosse, non questa volta, no, dovevo fare qualcosa, e io allora ho fatto qualcosa, ho preso in braccio il mio bambino scemo e gli ho ricordato i vecchi tempi, quando c’era solo lui e il mondo era un grosso parco giochi dove poter fare cose inutili e ridere dalla mattina alla sera, gli ho raccontato di quando un giorno, mentre si rotolava nel fango lì vicino, aveva visto un piccolissimo albero di noci, che era germogliato spontaneamente da una noce caduta in terra. L’aveva visto, aveva capito cos’era, aveva sorriso al grande albero, e poi come un vero bambino scemo l’aveva estratto con molta cura, con tutta la sua zolletta di terra, e lo aveva messo al sicuro in un vecchio vaso di terracotta preso in prestito dalla nonna, perché li in mezzo al campo da coltivare poteva succedergli di tutto. Ogni giorno, poi, lo aveva innaffiato, gli aveva tolto le erbacce, lo aveva visto crescere, finchè un giorno Orion, da buon signore delle selve, lo aveva preso e lo aveva piantato da un’altra parte, in un bel posto, in una delle sue montagne piene di alberi.
 
Il mio bambino scemo allora si è ricordato tutto e ha smesso di piangere, poi mi ha chiesto se un giorno lo andremo a trovare, il nostro albero.
Ma certo che ci andremo, gli ho detto io.
Promettilo, ha insistito.
Ma si, te lo prometto, tranquillo, gli ho detto, un po’ spazientito.
E lo abbracceremo di nuovo, mi ha chiesto lui.
Bè, adesso stai esagerando, gli ho risposto con il tono severo.
E dai, e dai, promettimelo, promettimelo!
Va bene, si, promesso, promesso, gli ho detto. Lo abbracceremo di nuovo, quello stupido albero, però adesso basta, non farmi fare più figuracce, che siamo su internet, la gente ci guarda. Torna a fare i tuoi giochi da scemo, su, da bravo. E comportati bene, che diamine, smettila di essere così felice!
Lipesquisquit
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sabato, 14 novembre 2009, ore 01:00

Io si che mi sono fatto da solo
 
Ce l’ho fatta, con tanta pazienza e tanta buona volontà su eBay sono arrivato a 500 feedback positivi, un obiettivo sudato e perseguito con grande costanza, un traguardo certamente importantissimo nella vita virtuale di una persona.
La mia stellina è diventata viola, la mia reputazione di venditore di stronzate è salita alle stelle, e eBay mi ha pure mandato una mail di congratulazioni con un bellissimo attestato di raggiungimento del punteggio, praticamente un diploma, un titolo, un alta onoreficenza, talmente sincero, carico di vera ammirazione e vero amore da parte della direzione di eBay che… non c’è nemmeno il mio nome sopra.
 
Cioè, io non pretendevo di trovarci il mio nome e cognome, il mio codice fiscale o il mio soprannome delle scuole medie, no, sto parlando soltanto del mio stupido nomignolo virtuale, quello che eBay, appunto, inserisce sempre in tutte quelle sue inutili, pedanti comunicazioni (nome che poi coincide con quello del blog).
Non è pretendere troppo, davvero, io lo so bene che un qualsiasi studentello di una qualsiasi scuola di informatica saprebbe preparare un software capace di selezionare nomi e inserirli automaticamente in un qualsiasi stupido attestato di riconoscimento per deficienti, lo so che non ci vuole veramente un cazzo di niente a personalizzare un minimo quello che (mi pare di aver capito) dovrebbe essere la trasposizione virtuale di una leccata di culo al cliente, preparata appositamente per farlo sentire soddisfatto fingendo che ci si è ricordati di lui e quindi tenerselo stretto.
Sul serio, a me sembra tutto molto semplice: se tu, padrone di eBay, hai la premura di fare il carino con me perché ti servono i soldi che ti mando abbastanza regolarmente, allora, per favore, cerca di fare il lavoro per bene, congratulati pure con me quanto ti pare per questa cazzata dei 500 feedback, però mentre lo fai almeno chiamami per nome, non lasciarmi lì come un pirla sottointeso, perchè dopo io me ne accorgo e questa tua genialata di marketing non funziona più.
 
Certo, magari poi questa cosa è molto più problematica di quello che credo, voglio dire: io sto qui, mi lamento e penso egoisticamente solo alla faccenda del mio nome, ma in fondo sono solo un piccolo uomo in un piccolo paese, magari non mi rendo conto dei problemi mondiali a cui possono andare incontro eBay e il suo modestissimo staff, in questi frangenti. Dopotutto, qui stiamo solo parlando della onnipresente suprema assolutamente cazzuta multinazionale del mercatino online, la quale ormai ha fatto tanti di quei soldacci che avrebbe potuto anche mandarmi un attestato di congratulazioni su vero papiro egizio ricoperto di platino vergato col sangue del sultano del Brunei consegnatomi di persona da Pierre Omidyar su un carro d’oro trainato da Paris Hilton e Britney Spears che si vomitano addosso a vicenda, il tutto rivolgendosi a me oralmente e per iscritto con il mio nome di battesimo completo, compresi anche il secondo e il terzo nome che nemmeno il Sergente ricorda più.
Devo dire che quest’ultima immagine mi piace, mi sembra un bel modo carino e sobrio per compiacere il cliente. Sono sicuro che quelli di eBay non ci hanno pensato, gliela proporrò per i 1000 feedback, così almeno diamo pure un'occupazione adeguata a Paris e Britney.
Per adesso, mi tengo questa cagata.
 
Lipesquisquit
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martedì, 10 novembre 2009, ore 13:21

Una cosa che ho capito di Heidegger
 
Non era veramente nazista.
Davvero, non c’entrava niente, in nessun modo Heidegger poteva essere coinvolto col nazismo, perché in quegli anni, mentre il mondo andava a puttane, lui con la testa era distante anni luce, oltre le più inimmaginabili allucinazioni. Il nazismo gli è passato accanto, gli ha fatto il saluto del furher e Heidegger ha replicato (nella fattispecie: i nazisti lo hanno fatto rettore dell’Università di Friburgo, e lui li ha ringraziati con un discorso di sostegno), solo che, ora che l’ho capito, ora che so come ragionava, non vedo più un paladino della ragione che è stato complice con il Male, questo non era proprio possibile. Non sto scherzando, Heidegger sta al nazismo come Luca Giurato sta alla capacità di intendere e di volere.
Il fatto è che Heidegger stava proprio completamente fuori, e per “stava fuori” intendo che “non era qui”. Più che accusarlo di complicità coi nazisti, sarebbe sensato accusarlo di vagabondaggio, o al massimo di produzione, uso e spaccio di droghe psicotrope: aveva sintetizzato l’esistenzialismo e se ne era calata una dose mostruosa (sebbene possa lasciare incerti, l’inserimento dell’esistenzialismo nell’elenco delle droghe psicotrope non è affatto sbagliato).
 
Nella sua filosofia, Heidegger era serio, lucido, solenne, spaventosamente profondo, e personalmente in questo ambito mi fa anche paura, ma proprio per queste ragioni nella vita di tutti i giorni era assolutamente estraniato, deviato, allucinato; chiaramente lui non lo dava a vedere, era una maschera di serietà, però non poteva essere diversamente da così, ne sono sicuro.
Cristo, quello là si alzava al mattino e cercava il senso dell’Essere, andava al bagno e si chiedeva “perché vi è l’Essere e non piuttosto il Nulla?”, con la pretesa di riuscire a rispondere alla domanda ragionandoci su tranquillamente, così, con naturalezza, perchè non c’è niente di strano: il contadino zappa, il dirigente dirige e io rispondo alla domanda sull’Essere. Insomma, uno così, uno che mentre legge il giornale pensa a raggiungere un’adeguata disposizione di spirito per ricevere “l’Essere che si dà”, uno che volontariamente cerca di dimenticare le cose del mondo per mantenersi angosciato davanti al baratro della propria morte, che considerazione potrà mai avere della società, dei problemi, delle guerre o delle leggi razziali?
Le vicende del mondo umano agli occhi di Heidegger dovevano sembrare più o meno come l’universo di Hello Kitty, o come una puntata dei Teletubbies: quando si affacciava dalla sua finestra esistenzialistica e guardava la Terra, Heidegger vedeva solo delle simpaticissime, coloratissime, graziosissime cagate. Il nazismo, in questa ottica, deve essergli sembrato simile al ninja cattivo di Pucca.
 
Tutto questo, semplicemente perché lui aveva davvero trovato una specie di risposta al domandone supremo. Qual è il senso dell’essere? E a chi devo chiederlo? C’è un punto informazioni per l’Essere? E semmai, parliamo la stessa lingua?
La domanda, dice Heidegger, può essere posta all’unica cosa capace di pensiero che abbiamo a disposizione, cioè il cosiddetto Dasein, l’Esserci, l’Uomo, un ente mortale provvisto di possibilità, capace, tra le altre cose, di domandare, comprendere e comunicare. Quella domanda se la sono fatta in tanti, da tanto tempo, da millenni, e tutti quelli che ci si sono spremute le meningi hanno ricavato soltanto un bel niente, soltanto silenzio, non è una novità.
Ebbene, Heidegger un bel giorno si è accorto che è proprio questo il punto. Dalla posizione dell’uomo, dalla sua condizione esistenziale, dall’esperienza diretta di quella creatura che ha tante possibilità e una sola certezza, il senso dell’Essere è: niente.
Heidegger è partito alla ricerca dell’Essere, ha trovato solo il Nulla, e a un certo punto ha cominciato a crederci, si è tenuto quello che aveva trovato. Era l’impresa della sua vita, non voleva mandarla sprecata, perciò si è accontentato.
Il problema è che, quando stringi la mano al nichilismo, l’unica cosa che poi riesci a fare è scendere dalla giostra del mondo, abbandonarla, lasciarla girare, lasciare ogni cosa lì dov’è, senza pretese o giudizi di sorta. Nazismo compreso.
 
Quest’uomo triste, perciò, non era propriamente incriminabile di qualcosa, non poteva semplicemente essere etichettato come nazista o non nazista.
Se proprio dobbiamo dire qualcosa di lui, allora diciamo che era Martin Heidegger, uno che per certi versi aveva trovato una risposta, e l’aveva trovata perché si era stufato di cercare.
Lipesquisquit
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venerdì, 06 novembre 2009, ore 23:58

Uomini d'altri tempi
 
Figlio: “Papà, posso chiederti una cosa?”
Padre: “Certo, figliolo.”
Figlio: “Ma come avete fatto, ai tuoi tempi, a sopravvivere al 2009?”
Padre: “Cosa vuoi dire?”
Figlio: “No, perché insomma, mi racconti sempre cose terribili, che internet era pieno di merda e di truffe, la televisione o ti spaventava o ti rincoglioniva, la politica era uno schifo, era impossibile mettere su famiglia, chi non aveva un lavoro non lo trovava, chi ce l'aveva lo perdeva o moriva mentre lavorava, la scuola faceva pena, i ragazzini bevevano e si drogavano, i treni deragliavano, le strade non erano mai sicure, e poi potevi anche beccarti l’influenza suina e crepare da un giorno all'altro. Cioè, io mi sarei suicidato. Voi non eravate spaventati?”
Padre: “No, eravamo troppo occupati a litigare per la storia del crocifisso.”
Figlio: “Wow, che grandi!”
Lipesquisquit
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venerdì, 06 novembre 2009, ore 22:45

Bad idea is…
 
Ad esempio, lasciarti convincere da un amico e andare a vedere con lui una partita del Foligno, dimenticando che non hai mai avuto nulla, assolutamente nulla, da spartire con il calcio.
 
Falchetto: “Allora? Ti piace lo stadio?”
Pao: “Forte.”
Falchetto:  “Cioè, ma ti rendi conto dove ti trovi?”
Pao: “Si, bè, gli spalti sono numerati.”
Falchetto: “Ma no! Questa è la curva dei Falchetti!”
Pao: “Ah. De madonne.” (tipica esclamazione folignate, incomprensibile ai più)
Falchetto: “Vieni, vieni, ti faccio conoscere il capo ultrà!”
 
Capo: “E questo chi è?”
Falchetto: “E’ uno nuovo, un amico mio.”
Pao: “Salve.”
Capo: “Seguirai i Falchetti in ogni luogo di questa terra?”
Pao: “Oh, certo. E’ gratis, no?”
Capo: “Cosa?”
Falchetto: “Eh eh, è proprio un novellino... non è adorabile?”
Capo: “Mpfh. I cori almeno li sai?”
Pao: “Si, qualcosa so. Quand’è che si canta?”
Capo: “Il tuo amico fa delle domande strane…”
Falchetto: “Ehm… ma si, te l’ho detto, no? Quando bisogna tifare per bene, il capo ultrà comincia a cantare, e dopo noi ripetiamo tutti insieme. Capito?”
Pao: “Ah, certo, è facile. E' come in chiesa.”
Capo: “…”
Falchetto: “…”
Pao: “Ip ip urrà!”
Capo: “……”
Falchetto: “……”
Pao: “Però dai, ragazzi: un po’ d’entusiasmo, eh.”
Lipesquisquit
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mercoledì, 04 novembre 2009, ore 22:49

Pessimo
 
C’è stato un periodo in cui ero giovane e ascoltavo musica da giovani con spirito da giovane, perché poi quando cresci non è la stessa cosa: da giovane ascolti un super brano rock e pensi alla vita magnifica e piena di cose fighissime che fa quella tale rockstar, o a quale scandaloso genio musicale potesse avere in corpo, mentre da grande ti ritrovi a pensare a chissà se anche le rockstar hanno un mutuo, chissà se evadono il fisco, chissà se hanno mai pensato di fare un lavoro vero.
E insomma, andavo alla grande, cercavo roba figa, ascoltavo addirittura, col massimo impegno, i Pink Floyd, proprio io che di musica seria non ci capisco un cazzo, ma un cazzo davvero, io che fino a un attimo prima ammiravo il percorso musicale di Gigi D’Agostino, io che in passato ero convinto che prima o poi la musica sarebbe finita, perché, insomma, verrà il giorno in cui le combinazioni delle note le avranno suonate tutte e resusciterà Jim Morrison per dire che la musica è finita e this is the end my friend, io che ti passo da Pachelbel ai Rotterdam Terror Corps come se niente fosse, io che ho detestato e detesto ancora i Nirvana e sono bastardamente contento che Kurt Cobain sia morto, ecco: uno come me, con la sensibilità musicale di un vermone di Tremors, ascoltava i Pink Floyd.
 
E mica era un cd, o peggio, robetta campionata al pc alla meno peggio, messa su internet e scaricata illegalmente, macchè, serio fino in fondo: avevo il disco in vinile di “The wall”, qualcosa di sacro per certa gente. Ero fighissimo, cristo, in quei primi anni duemila che sapevano di fantascienza e di terrorismo io ascoltavo un vinile dei Pink Floyd, pensa che roba. Con un po’ di pazienza e di effetto Placebo addirittura dopo un po’ sentivo anche la differenza dal suono digitale.
Che poi quello non era un qualunque vinile di “The wall”, aveva tutta una storia, faceva proprio parte della mia famiglia. Quel disco l'aveva regalato un secolo fa il giovanissimo Orion alla giovanissima sorella del Sergente per il suo compleanno, scrivendole anche una dedica sulla copertina (cioè, ci rendiamo conto? “The wall”, in vinile, autografato da Orion); lo aveva regalato alla sorella, in realtà puntando al Sergente, in base alla sottile tattica trasversale del "intanto faccio lo stupido con tua sorella, così poi ti ingelosisci, litigate fino alla morte per me e solo per me, la prossima volta che usciremo tu sarai affranta perchè hai insultato e picchiato tua sorella per uno stupido uomo, però sarai combattuta perché in fondo ti sta bene così, e insomma pizzicando le corde giuste ti avrò, ti sposerò, e finalmente mi darai il figlio maschio più cazzuto della Terra, non studierà un cazzo, lo porterò a giocare a pallone finchè diventerà il capitano dell’Inter, vincerà diciotto Champions League da solo, poi sempre con l’Inter vincerà i mondiali, tutti, poi andremo anche a caccia, sempre, ventiquattro ore al giorno a caccia, dormiremo sugli alberi e lui ucciderà cinghiali a pallonate, infine davanti alla foresta incontaminata gli dirò: figliolo, un giorno tutto questo sarà tuo".
 
Le cose sono andate più o meno così, e comunque alla fine quel disco in vinile, non ho mai capito perché, ma è rimasto sempre in questa casa, lo vedevo sempre lì vicino allo stereo, questo coso quadrato con un muro disegnato che mi ricordava sempre il video angosciante di “Another brick in the wall” che avevo visto da piccolo. Era pazzesco, c’erano tanti di quei significati, di storie e di ricordi in quel vinile che per me era un onore ascoltarlo, ma un onore vero, proprio nel senso dei samurai quando facevano harakiri e poi si facevano decapitare dal nemico prediletto.
Si, era veramente una sega e una sofferenza, però onorevole, perchè non capivo assolutamente niente della grandezza dei Pink Floyd, alcune cose mi sembravano ridicole, mi dicevo sempre che all'epoca piacevano a tutti perchè erano gli anni '70 ed erano tutti strafatti e avrebbero scambiato per roba seria anche una gara di rutti, però cercavo in tutti i modi di trattenere il mio giudizio ignorantissimo, mi dicevo “no, no, zitto, ancora non capisci un cazzo, ascolta e pentiti, l’illuminazione arriverà”.
Ci credevo, porco cane, ci credevo tantissimo, e insomma, ascolta oggi, ascolta domani, sapete cosa è successo alla fine?
Ho perso il vinile.
Lipesquisquit
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domenica, 01 novembre 2009, ore 18:57

I miei amichetti del telefono fisso
 
Sopravvivere solo con il cellulare si può.
Il genere umano l’ha fatto per secoli, davvero, credo sinceramente che nel terzo millennio si possa fare a meno del telefono fisso. Abbiamo i cellulari, abbiamo internet, il telegrafo, i segnali di fumo, i piccioni viaggiatori e il maratoneta Inca drogato con foglie di cocaina. Si può fare, cribbio (interessante unione di veltronismo e berlusconismo).
Sto cercando, con la forza della disperazione, di convincere Orion e il Sergente a togliere il telefono fisso, perché la sua inutilità e la sua dannosità aumentano inesorabilmente di giorno in giorno. La maggior parte delle telefonate che riceviamo sono indesiderate e inutili, e le poche telefonate importanti o indispensabili si potrebbero benissimo fare al cellulare. I vantaggi poi sono evidenti: al cellulare uno cerca di essere veloce e spicciolo, devi parlare in fretta perché spendi; questo ti fa risparmiare e allunga la tua giornata di diversi minuti.
Davvero, la nostra vita sarebbe molto più lunga e produttiva senza tutto quel tempo perso al telefono fisso, che, non so a voi, ma a me mette anche di cattivo umore, specialmente quando capitano quei giorni in cui sbagliano tutti numero, soprattutto le vecchie rimbambite.
Chissà, magari si mettono d’accordo, magari stanno a ruota con questo blog e non vedono l’ora di parlare con me e sentire la mia voce: il fatto è che c’è una quantità preoccupante di vecchie cerebrolese che sbagliano numero e chiamano me. Se il problema fosse soltanto questo, sarebbe roba da poco, ma il bello è che le vecchie, invece di scusarsi, chiudere in fretta e rifare il numero (o anche chiudere e basta, che va benissimo lo stesso), restano lì e mi fanno le domande più improbabili, come se fossi l’operatore dell’Assistenza Idioti.
Se poi mi ci metto con la santa pazienza, e cerco di fargli capire cosa è successo e cosa dovrebbero fare, allora è veramente la fine, scateno tutta la loro creatività.
 
“Pronto?”
“Ulderì, sò Eugenia.”
“Ehm… signora, forse…”
“Chi è che parla?”
“Bè, avrebbe chiamato lei, signora, ma il punto è che…”
“Ma che non è Ulderico?”
“No, signora, ha sbagliato numero, cercavo di dirglielo.”
“Uh. Allora… non è Ulderico?”
“Ehm… no. Non è Ulderico, signora. Su questo siamo d’accordo, no?”
“Ah, allora mi faccia un favore, sia gentile: mi passi Ulderico, che gli devo dire…”
“Signora, mi ascolti. Ha fatto un altro numero. Qui nessuno si chiama Ulderico.”
“E io come faccio adesso?”
“Bè… chiuda il telefono e rifaccia il numero, stavolta correttamente.”
“Ah, ho capito…”
“Bene, allora…”
“Senta un po’: ma che abita lì vicino, Ulderico?”
“Signora, Ulderico potrebbe abitare anche in Congo, per quello che ne so. Lei ha soltanto composto il numero sbagliato, e ora deve chiudere e richiamare il numero giusto. Tutto qua.”
“Che per caso lo sa, lei, se questo è il numero giusto?”
“Signora: perché mai dovrei saperlo?”
“Il numero me l’ha dato Teresina. Che lei la conosce?”
“-clic-“
 
Io non vorrei essere maleducato con le mie fan settantenni, davvero, però è inutile, quando la situazione è irrecuperabile sono costretto a chiudere, e poi, insomma, è anche una soluzione pratica: se la tenera nonnina in babbucce non capisce che deve chiudere la telefonata, allora, prima che la vecchiaia faccia il suo corso e che la mia sanità mentale ne risenta, la chiudo io. Così poi la schifosa megera gracchiante potrà comporre il numero giusto e, se il cielo vorrà, le nostre vite non si incroceranno mai più.
 
Casi un po’ più difficili da gestire sono invece quelli di Infostrada, che ci telefona una volta alla settimana per chiederci se vogliamo smettere di pagare il canone Telecom, che operatore abbiamo e se per caso vogliamo cambiarlo. Una volta alla settimana, davvero, non demordono mai. Io gli consiglio sempre di scriversi quello che gli dico e di fidarsi di me, che non cambieremo mai il cazzo di operatore, giurin giuretta, possino cascamme gli attributi, ma loro niente, devono accertarsene ogni sette giorni.
Ora, io non so chi è l’idiota che gli consiglia queste tecniche, perché, Cristo, sperano forse di ottenere i miei soldi, fracassandomi le palle così spesso? No, è evidente che il loro scopo non è procurarsi clienti, ci deve essere qualcos’altro, qualcosa che ignoro e che continuerò a ignorare, qualcosa che però, in ogni caso, ha fatto nascere qualcosa di speciale tra noi e gli operatori di Infostrada. Davvero, ormai siamo diventati amiconi, li conosciamo tutti, con la scusa delle telefonate ci teniamo in contatto, e loro ci raccontano le vicissitudini, i problemi… sono proprio carucci, fanno anche compagnia a mia nonna. Uno di questi giorni potremmo organizzare una salsicciata e un pokerino.
Tutto questo è molto bello, ecco, però come ho già spiegato altrove io sono un asociale, e per me gli amici appiccicosi a lungo andare diventano delle cazzo di piattole. Non è cattiveria, io voglio bene a Infostrada e al suo team, sono i miei fottuti amichetti del cuore; è solo che secondo me dovremmo cercare il giusto equilibrio per non rovinare questa nostra splendida amicizia. Anche gli operatori sono molto stressati da questa situazione, deve essere imbarazzante per loro farci ogni settimana le stesse domande e sentire le stesse risposte.
L’altro giorno al telefono, con molta delicatezza, ho provato a risolvere i nostri problemi con un nuovo approccio, che in effetti promette bene.
 
“Pronto?”
“Buongiorno! Sono Giovanni di Infostrada. Parlo con il signor… ah, no, lei è il figlio.”
“Esatto, Giovanni. Il fatto che mi riconosci non ti suggerisce niente?”
“Oh… bè, in ogni caso… sarebbe, ehm, interessato a non pagare più il canone Telecom?”
“Giovanni, ma che diamine: siamo amici da una vita e ancora non sai se pago o no il canone Telecom?”
“Lei… ehm, lei per caso ha un altro operatore?”
“Accidenti, ora capisco: il mio Giovanni è geloso! Su, non fare il bambino, lo sai che avrai sempre un posto speciale nel mio cuore.”
“Perché… mi dice queste cose? Io chiedevo soltanto qual è il nome del suo…”
“Ma che adorabile timidone gelosone che è il mio Giovanni!”
“Non mi renda le cose difficili, la prego…”
“Il mio Giovanni cucci cucci!”
“Insomma, la smetta! Io sto lavorando! Mi dice il nome del suo operatore o no?!?”
“Ti trovo un po’ nervoso, Giovanni, dovresti rilassarti. E comunque, no, non te lo dico chi è il mio operatore. Tenerti sulle spine mi sollazza molto.”
“SE VENGO LI’ TI INFILO QUELLA CORNETTA…”
“Ah-ah! Non ci siamo, Giovanni. Così mi costringi a esporre una lamentela ai tuoi superiori per la tua maleducazione.”
“Oh no, la prego… ho soltanto questo lavoro… ho moglie e figli a carico… queste sono domande scritte, io non c’entro… è la direzione…”
“Dirai alla tua direzione, Giovanni caro, che mi trovo benissimo con il mio attuale operatore, quello lì, della pubblicità in tv, con il cosetto simpatico…”
“Il coso? Quale coso?!? Oh, sia più preciso, la scongiuro...”
“Ma dai, hai capito benissimo, lo so che sei intelligente, Giovanni. E poi hai studiato, no?”
“Ohh… si, dannazione, si, ho una laurea… e ho trovato solo questo lavoro (sniff)… io… io non ce la faccio più!”
“La tua esistenza deve essere veramente un incubo, Giovanni. Non trovi che sia inutile andare avanti?”
“E’ inutile… si… tutto inutile… (sniff)”
“Pensi che conoscere il nome del mio operatore migliorerebbe questo tuo schifo di vita, Giovanni?”
“No… non cambierebbe nulla… (sigh) niente può cambiare…”
“Vai dal tuo capo, Giovanni, e digli che non hai la forza per continuare. Vedrai che capirà.”
“Non posso… farcela… (sniff) non… (sigh) continuare…”
“Poi dillo anche a tua moglie, ma non è essenziale, tanto probabilmente ha già un altro uomo, non gliene fregherà nulla.”
“(piange e si dispera)”
“Addio, Giovanni.”
“(piange e si dispera più forte)”
“-clic-“
 
Ci vuole un minimo di tattica, ma gli operatori di Infostrada ormai me li lavoro bene.
Piuttosto, le peggiori telefonate in assoluto, le più impegnative e debilitanti, sono di quelli che cercano il VUS di Spoleto (Valle Umbra Servizi, si occupano di acqua, gas, immondizia, ecc). Questo tipo di seccatura unisce le peggiori potenzialità di quelle viste finora: l’idiota che cerca il VUS di solito non capisce le mie spiegazioni (come la vecchia), perciò continua a richiamarmi dicendomi le stesse cose (come Infostrada), perché, per uno scherzo del destino, è fermamente convinto di fare il numero giusto.
Tutto ciò avviene perché Murphy e i suoi tentacoli schopenhaueriani, che provvedono a creare le situazioni più improbabili, hanno fatto si che il VUS di Spoleto avesse il mio stesso numero, chiaramente preceduto da un prefisso diverso da quello di Foligno, diverso ma sfortunatamente molto simile (Foligno ha 0742, Spoleto ha 0743).
Naturalmente, una buona percentuale delle persone che cercano il VUS questo non lo sanno, quindi, vuoi perché abitano al confine tra la zona di Foligno e quella di Spoleto, vuoi perché non sanno usare l’elenco telefonico o non ci vedono, vuoi perché hanno paura che io possa sentirmi solo, va a finire che chiamano sempre me per problemi con l’acqua, le fughe di gas, i cassonetti strapieni, ecc.
L’ultimo di costoro mi ha dato proprio del filo da torcere, però alla fine ho vinto io.
 
“Pronto?”
“Si, pronto, ho un problema col gas. Una fuga, credo.”
“Eh no, ha sbagliato numero, mi dispiace.”
“Come sarebbe che ho sbagliato?”
“Sarebbe che ha composto il mio numero, anche se in realtà voleva chiamare qualcun’altro, ma si rilassi, non è una cosa grave.”
“Ma non è il VUS?”
“Eh no, qui c’è solo casa mia, niente VUS.”
“Bè, mi passi l’ufficio addetto, allora. Ho un problema col gas.”
“Ma… no, non posso passarle nessuno, non sono l’ufficio di niente. Io sono a casa mia, capisce?”
“Bè, allora li chiami sul cellulare e gli dica che in Via Crescimbeni numero…”
“No, no, aspetti... come glielo devo dire? Qui è un privato, lei ha chiamato la casa di una persona, ok?”
“Ma a me serve il VUS! Io ho un problema con…
“(uff)…il gas?”
“Si, esatto, col gas, forse c’è una fuga. Mi passi il VUS.”
“Mi ascolti bene. Io, sono un uomo qualunque, e sono a casa mia. Questo vuol dire che non ho rapporti di nessun tipo con il VUS, capito?”
“Si…”
“Bene…”
“…ma è proprio sicuro che non mi può passare il VUS? Ho un problema col gas.”
“Ehm… si, in effetti mi sono appena ricordato che forse ci posso provare. Attenda in linea.”
“Ah, grazie.”
“-clic-“
 
A questo punto, di solito spero con tutte le forze che si fosse trattato di un semplice errore, che il tizio avesse composto per un malaugurato caso il mio prefisso invece di quello di Spoleto… ma poi ovviamente il telefono squilla di nuovo, e se non rispondo continua per tutto il giorno, davvero, tutto il cazzo di giorno, anche oltre l’orario del VUS. Questo vuol dire che il tizio ha proprio il mio numero, con il mio prefisso, ed è davvero convinto che sia quello giusto. Pertanto, visto che ne ho la conferma anch’io, tutto quello che devo fare è spiegare al tizio la faccenda… e detto così sembra una cosa facile, in fondo cambia soltanto una cifra tra i due prefissi. Che ci vorrà mai a farglielo capire?
 
“Pronto?”
“Si, pronto, ho un problema col gas.”
“Signore, sono quello di prima…”
“Ah, si, era caduta la linea. Certo che però il servizio è scadente, eh…”
“Signore, per favore, mi ascolti un attimo. Ci dobbiamo capire, prima che quel problema col gas faccia esplodere un quartiere.”
“Si…”
“Lei sta chiamando in casa mia. Io non posso fare le mie cose, perché c’è il telefono che squilla di continuo, e questo succede perché lei fa sempre il numero sbagliato.”
“Si…”
“Ora: mi sa dire che numero ha fatto?”
“Ma lei chi è?”
“Signore, il mio nome non è importante, ora dobbiamo…”
“Perché vuole sapere che numero ho fatto?”
“Perché dobbiamo capire l’errore, altrimenti…”
“Chi è lei?”
“Porc... mi chiamo Ugo, ingegner Fantozzi Ugo. Ora, mi dice che numero ha fatto, per favore?”
“Oh, certamente, ingegnere: ho fatto il numero del VUS…”
“…”
“… perché ho un problema…"
“…”
“…col gas.”
“Glielo chiedo in ginocchio: mi sta a sentire?”
“Eh…”
“Credo che lei stia usando il prefisso sbagliato. Se continua a comporre il prefisso sbagliato, col VUS lei non ci parlerà mai, e io impazzirò. Perciò mi dica: lei fa lo 0742 o lo 0743?”
“0…7…4…”
“E…”
“2. Faccio lo 0742.”
“ALLELUJA! Ecco, ci siamo, è tutto spiegato.”
“Ah si?”
“Si: lei deve comporre lo 0743, così parlerà con il VUS di Spoleto.”
“Ah, si, ora ho capito tutto.”
“(che stronzata…) Lo 0743 seguito dal numero che viene dopo, mi raccomando.”
“Ma si, si, lo so, ingegner Fantozzi. Mica sono stupido.”
“Eh già… allora siamo a posto. Se lo ricordi per le prossime volte, ok?”
“Si, si, a posto.”
“-clic-“
 
Le dure fatiche seguite dal trionfo mi fanno sempre sentire bene.
A questo punto, mentre mi siedo per rilassarmi, il telefono squilla di nuovo, e io sono portato a credere che sia il Sergente; vorrà dirmi di andare a comprare il pane o di mettere su l’acqua per la pasta, ma con tutte queste rotture di balle avrà trovato sempre occupato.
 
“Pronto?”
“Si, salve, ho un problema col gas.”
“…”
“Credo che ci sia una fuga. Ho già parlato con l’ingegner Fantozzi. Che devo fare?”
“Ehm… non c’è tempo da perdere, presto. Vada dove l’odore è più forte.”
“Fatto. E ora?”
“Si accenda una sigaretta.”
“KA-BOOM!”
“-clic-“
Lipesquisquit
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martedì, 27 ottobre 2009, ore 17:13

Laudato si', mi' Signore
 
I boschi sovrastanti la superstrada del Verghereto sono assolutamente incantevoli negli assolati pomeriggi d’autunno, una soffice, cangiante distesa di sfumature di verde, giallo e rosso, capaci di regalare agli stanchi viandanti un panorama prezioso e irripetibile, di una bellezza che annichilisce, che fa sentire piccini, umili uomini capaci soltanto di rendere grazie, rassegnati a vagare sulla terra senza pretese di possesso, assolutamente certi che niente, in questo mondo, saprebbe riprodurre quella maestria sovrannaturale, propria soltanto della grande mano di Iddio Onnipotente.
E tuttavia, se si è vittime di un innaturale caldo di fine ottobre che costringe a tenere i finestrini aperti, se si è incastrati in uno spropositatamente lungo restringimento di corsia, e se si è immersi nella fragrante scia di tre, ripeto, tre camion stracarichi di maiali a culo puzzone, bè, ecco, forse il momento estetico-mistico potrebbe anche passare in secondo piano.
Lipesquisquit
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lunedì, 26 ottobre 2009, ore 14:49

Come hobby odio il mio paese
 
Da questo post potrebbe nascere anche una rubrica interessante (no, in realtà banalissima, trashissima e populistissima… toh, interessante), perché ci si potrebbe scrivere a lungo, i motivi per detestare l’italica nazione sono di gran lunga superiori alle sue anime, e poi sono sempre ottimi per attirare visite.
La questione è che, da secchione qual sono, mi sono appassionato da tempo a quello che reputo il miglior serial della storia della televisione, vale a dire “Roma”, le mirabolanti avventure di due legionari di Giulio Cesare collocate in modo sublime sullo sfondo della grande storia romana. Dati i costi di produzione (perché è fatto dannatamente bene), questo serial è stato molto breve, solo due stagioni di undici e dodici episodi, però meravigliosamente fedeli alla storia, se si esclude una piccola licenza del regista nella battaglia di Filippi, nonché crudi, sanguinari e volgari come piacciono ai disturbati come me.
 
Ho trovato questo serial così ben riuscito che addirittura ho pensato, all'epoca, di usarne alcune puntate per ficcare un po’ di storia nell’insondabile mente del mio brillante studentello Neurone, ottenendo come unico risultato che alla decima puntata ancora mi chiedeva chi era quel figaccione moro che stava sempre vicino a Cesare, mentre io da dieci puntate gli facevo notare che era Marco Antonio, dato che faceva tutte quelle cose che nella storia (che stavamo studiando da due mesi) erano attribuite a Marco Antonio, e che tutti lo chiamavano Marco Antonio, tribuno Marco Antonio, generale Marco Antonio, gran bel pezzo di Marco Antonio. Dopo soli due minuti di inquietante silenzio, Neurone pensò bene di dimostrarmi che finalmente aveva capito, facendomi così un’altra domanda:
 
Neurone: “Ma allora quest’altro chi è?”
Pao: “Ehm… è Marco Antonio.”
Neurone: “Ah.”
Pao: “Sai, quello che ti dicevo prima, e anche il mese scorso.”
Neurone: “Si, si, adesso ho capito. E gli spartani dove…”
Pao: “Gli spartani sono morti tutti. A Hiroshima.”
Neurone: “Ah, si, mi ricordo, la bomba atomica.”
Pao: “Esatto, bravissimo.”
 
Quello che volevo dire, comunque, è che questo serial è a mio giudizio quanto di meglio si poteva fare con i soldi, la recitazione e la macchina da presa, ma appunto, tornando allo scopo del post, io odio il mio paese, perché intanto in Italia “Roma” è stata censurata pesantemente, tagliando senza pietà le scene più crude e traducendo frasi come “Preferisco succhiare il cazzo a Plutone!” con “Che deliziose tendine!”. Ma soprattutto, da noi è arrivata solo la prima serie di “Roma”, e stiamo parlando di più di tre anni fa, dopodichè ci si è dimenticati della seconda fino ad oggi. Con i giusti mezzi e con la santa pazienza, finora si poteva trovare la seconda serie di “Roma” soltanto in inglese e sottotitolata in italiano, ma finalmente ora su Rai4 possiamo ammirare la conclusione delle gesta dei legionari Pullo e Voreno, il tutto, ovviamente, nella splendida lingua italiana dei nostri bravissimi premiatissimi doppiatori che tutto il mondo ci invidia, con la loro voce armoniosa, la dizione superiore e, ovviamente, ancora una volta con la compagnia dell’immancabile amica censura (tra l’altro, inventata proprio dai romani, quindi unica sopravvissuta alla fine di Roma, e quindi si, vecchia di duemila anni), la quale ci fa apprezzare meglio le cose che passano per la scatola magica senza urtare la nostra candida sensibilità di popolo raffinato, sostituendo ad esempio la frase “I’m a son of Hades! I fuck Concorde in ass!” con la più orecchiabile, ma pur sempre da veri duri, “Sono un figlio di Ade, me ne frego della Concordia”.
E’ chiaro che l’idea del rispetto del lavoro di qualcun altro e dell’originalità di un’opera d’arte non deve nemmeno sfiorare le coscienze del suddetto popolo raffinato, il quale, tanto per dirne una, è talmente raffinato che freme di passione per l’imminente decima edizione dei tanto amati cerebrolesi reclusi per soldi che ruttano, scorreggiano, vomitano, bestemmiano e scopano in prima serata.
Si, odio il mio paese.
Lipesquisquit
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mercoledì, 21 ottobre 2009, ore 21:48

Tremonti e il bambino presuntuoso e saccente
 
Tremonti: “Io credo nel posto fisso. E tu?”
Bambino p. e s.: “Bè, credere è una parola grossa. Diciamo che lo stimo.”
Lipesquisquit
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